Il tramonto di Conte

Cosa proviamo per Antonio Conte?
Quando ci convinceremo del fatto che sia uno dei migliori allenatori in circolazione?
Perché la sua figura è così dannatamente simile all’idea di Übermensch di Nietzsche?

“Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione.”

Così parlò Zarathustra, Prologo, Friedrich Nietzsche

Il percorso di Conte all’Inter è cominciato ormai da più di un anno e, in questo lasso di tempo, non tutti sono ancora certi delle sue qualità. Quante volte siamo costretti a leggere frasi sconclusionate del tipo:
“Basta difesa a 3!”, oppure la più divertente “12 milioni per ottenere gli stessi risultati di Spalletti!”?
Eppure, nonostante la continua messa in discussione delle sue scelte, lui rimane rigido sulle sue idee. Sia chiaro, non sto facendo riferimento al modulo, agli interpreti o allo stile di gioco. Anzi, checché se ne dica, il nostro allenatore ha cambiato più di quanto si possa sospettare e non solo all’Inter, ma durante la sua intera carriera. Per caso qualcuno di voi ricorda i suoi inizi al Chelsea?

La prima di Conte col Chelsea contro il West Ham.

La rigidità a cui mi riferisco, infatti, riguarda la sua filosofia. Quella per cui muta le formazioni, quella per cui è ossessionato, quella per cui vive: la fame di vittoria. Per vincere, è disposto ad utilizzare tutti i mezzi necessari. La sua volontà è immune a condizionamenti esterni, non esiste “giusto” o “sbagliato”. Conte non solo ignora queste etichette comuni, ma è lui stesso che applica a suo piacimento i suoi valori: è questo che ha rapito il cuore di Zhang.

Ma torniamo a Londra: quanti di voi avrebbero il coraggio di relegare in panchina uno dei giocatori simbolo della storia del club? John Terry, storico capitano dei Blues, si è visto privare della maglia da titolare per praticamente tutto il campionato da quando la squadra passò al 3-4-3. La conseguenza? La vittoria del campionato. La scelta di servirsi di una difesa a 3 fu dettata dalle caratteristiche dei suoi uomini e l’allenatore aveva identificato in essa il mezzo ideale per raggiungere il suo obiettivo. La solidità del Chelsea fu così evidente da influenzare l’intera Premier League, tanto da spingere altre squadre ad adottare quel sistema. Arrivarono persino i complimenti di Guardiola:
“Forse (Conte) è il migliore allenatore del mondo in questo momento”; e a cos’altro avrebbe potuto fare riferimento Conte nel rispondergli se non al fatto che Pep avesse vinto di più?

“Devo avere la percezione di avere anche solo l’1% di possibilità di poter vincere. A me piace lavorare su quell’1%, anche se l’altro 99% significa aver perso.”

Antonio Conte alla prima conferenza stampa in nerazzurro.

Per poter comprendere meglio il personaggio, andiamo a spulciare le conferenze stampa.
In tutte le società dove ha militato, anche nei momenti più sereni della stagione, Conte ha sempre dato sfogo alle sue critiche.
Prendiamo la sua avventura a Bari: dopo aver portato i pugliesi in Serie A e aver rinnovato il contratto, ha annunciato la risoluzione del contratto.
Quando era a Siena ha sbottato contro i tifosi, alla Juventus ha colpito i giornalisti accusandoli di indurlo a fare polemica. Non si è trattenuto nemmeno coi colleghi: una volta ha persino diagnosticato la demenza senile a Josè Mourinho.
E come dimenticarsi della furia durante la breve parentesi all’Atalanta, quando si è messo contro l’intero ambiente? Prima si mise contro la squadra attaccando Doni, leader dei giocatori, poi la società e infine i tifosi con cui ha persino sfiorato la rissa… Il rapporto con la dea si chiuse senza nemmeno la buonuscita, nonostante i discreti risultati sul campo. Scrisse nell’autobiografia (Testa, Cuore e Gambe, 2013): “Non ce la faccio più. Non riesco a esprimermi. Non riesco a lavorare come vorrei. Le pressioni della piazza non vengono gestite come dovrebbe essere. Dimissioni accolte e me ne vado senza buonuscita”.

“E coloro che furono visti danzare furono giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica.”

Friedrich Nietzsche

E l’eterno ritorno entra in gioco anche nell’avventura in nerazzurro: in meno di un anno abbiamo avuto la certezza per più di una volta che Conte avrebbe stracciato il contratto.
Già a Novembre aveva attaccato la dirigenza incolpandola di una cattiva programmazione, per poi alludere ad una risoluzione contrattuale intimando ripetutamente che avrebbe fatto delle valutazioni.
Ma, puntualmente, a ogni sfogo è coinciso un tramonto che ha lasciato spazio ad una versione di sé ancora più agguerrita: secondo posto in campionato, finale di Europa League e maggiore coordinazione con la società. Anche dopo la sfida col Siviglia erano arrivate dichiarazioni col sapore di addio, nelle quali aveva persino ringraziato tutti i suoi giocatori per la loro dedizione.
Eppure, un incontro ha cambiato le sorti: fiducia ritrovata con Marotta, Ausilio e Zhang che giunge all’apice e viene consacrata con l’acquisto di un suo pupillo, Arturo Vidal.

Qualche mese prima del cileno era arrivato un altro giocatore importante che, però, non ha generato (nell’immediato) sentimenti positivi nel tecnico. Christian Eriksen, infatti, è tutt’ora al centro delle maggiori perplessità che orbitano attorno al mondo nerazzurro. Il talento danese non è ancora riuscito a conquistare un posto stabile nell’11 titolare e i giornalisti non perdono mai l’opportunità per parlare di una sua eventuale cessione nella prossima sessione di mercato.
Però, forse sarebbe più giusto dire che non colgono mai l’occasione per tacere, dato che non solo Conte ha elaborato un nuovo sistema di gioco per poter inserire al meglio uno dei migliori centrocampisti in circolazione, ma non è la prima volta che il salentino si trova davanti a questo “problema”.
Al Chelsea, un altro giocatore di altissimo livello è stato (inizialmente) escluso dal piano di gioco: Cesc Fàbregas. Lo spagnolo era uno degli assistman più prolifici del campionato ma peccava in fisicità e intelligenza tattica, i due aspetti che contraddistinguono il centrocampista preferito di Conte. Al suo posto giocava Oscar, un giocatore sì creativo ma anche disciplinato:
“Oscar fa bene entrambi le fasi: offensiva e difensiva” diceva.
Però, Conte ha saputo distinguere la realtà dall’ideale: nella fase finale della stagione, infatti, Fàbregas ha trovato maggiore spazio grazie alla maggiore comprensione dei classici meccanismi codificati del tecnico uniti ad una maggiore fiducia del suo mister che, col passare delle partite, si è lasciato convincere dal talento per gli assist dello spagnolo.
Non è difficile immaginare che anche ad Eriksen possa toccare una sorte simile. Infatti, il 3-4-1-2 che sta costruendo all’Inter sembra spianare il terreno per l’inserimento del danese che dovrà metterci del suo. Il modulo interista, infatti, è molto fluido e sposa l’evoluzione che sta avendo il calcio in questi anni dove il ruolo non è più una posizione, ma un compito. E Christian dovrà immergersi in questa visione per poter interpretare al meglio il ruolo di trequartista: le premesse per far bene ci sono tutte.

Conte, oggi come (anzi, più che) in passato, pone i suoi valori al di sopra dell’opinione comune, al di sopra di ciò che ci sembra più “giusto”: preferire e ottenere Vidal anziché Tonali ne è un chiaro esempio. C’è un concetto che si avvicina alla figura mistica che aleggia attorno a Conte, un concetto elaborato dal celebre filosofo di nome Friedrich Nietzsche: l’Übermensch, il superuomo (o oltreuomo, entrambe le traduzioni vanno e non vanno bene). La carriera del tecnico, infatti, è definita da continui tramonti in cui l’allenatore lascia spazio ad una sua nuova versione pronta a dare il massimo per conquistare la vittoria. E sicuramente Conte ce ne darà nuovamente prova.

“Io, se perdo, muoio.”

Antonio Conte